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Quando due anni fa andai in Transilvania, per vedere dal vivo il fratello di quello che sarebbe poi diventato il mio indomabile Shogun, rimasi laggiù alcuni giorni con un amico del luogo per scoprire nuove realtà sul lavoro dei cani, pecore e pastori che vivono ai margini della “grande foresta”.
Era solo il mese di Novembre, ma la temperatura si era abbassata così tanto che il freddo si faceva già sentire come fosse stato Gennaio. Di giorno, con il sole, il termometro saliva appena sopra lo zero, mentre di notte si gelava, seppur bardati di giaccone imbottito e cuffia di lana sul capo. La neve non era ancora arrivata e quindi i pastori continuavano imperterriti la loro attività, offrendo alle pecore quel poco di foraggio rimasto nei pascoli e con le mute di cani sempre pronti ad intervenire per sorvegliare gli animali, essendo proprio quello il periodo che i lupi attaccano con maggiore aggressività. Il freddo rende il predatore molto famelico, in quanto anche lui necessita di maggiori calorie per sopravvivere al repentino abbassarsi della temperatura e la sua aggressività sale al punto da indurlo ad aggredire le pecore anche di giorno, senza temere nulla: né cani, né pastori.
Erano solo le 15,00 del pomeriggio, quando un nostro accompagnatore locale ricevette una telefonata per informarlo che un gregge aveva appena subito un attacco dei lupi non molto lontano da noi e quindi salimmo rapidamente sul fuoristrada per recarci sul luogo.
I pastori erano ancora accaldati dalle corse fatte lungo i pendii, muniti di robusti bastoni, nell’intento di scacciare il branco dei selvatici che non aveva intenzione di retrocedere. I cani scorrazzavano ancora eccitati e trafelati, abbaiavano senza tregua dopo aver fatto tutto il possibile per contenere i danni, mentre le pecore belavano ammucchiate con il terrore negli occhi, quasi incredule di averla scampata ancora una volta alla morte.
Solo una era stata afferrata alla gola, ma poi il predatore aveva dovuto desistere e si era allontanato grazie alla pressione dei cani, le ferite erano profonde e respirava a fatica, difficilmente sarebbe sopravvissuta in quanto la trachea riportava serie lacerazioni.

In quei luoghi la vita è molto dura per tutti, freddo o non freddo, si continua a lavorare senza sosta e con l’arrivo della neve, il pericolo delle predazioni aumenta a tal punto da indurre i pastori a chiudere gli stessi cani nei capanni delle pecore, questo per evitare di lasciarli a repentaglio dei lupi adulti che quando scendono a valle affamati, sbranano tutto ciò che trovano.
In Transilvania, l’inverno è lungo, faticoso e monotono, il paesaggio si veste di colori tetri e per gli uomini di certi villaggi, oltre all’intenso lavoro con gli animali, non esistono molti altri svaghi se non trovarsi la sera nelle osterie, dove per alcuni mesi si svolge la maggior parte dell'attività ricreativa. Si mangia, si beve molto, si discute, si litiga passando anche alle mani e da tutto questo trambusto, spesso non restano esclusi nemmeno i cani. In quelle montagne, avere un maschio di cane da pastore più forte di un altro è motivo di grande orgoglio e anche se il governo rumeno condanna i combattimenti fra cani, in realtà, gli abitanti li organizzano ugualmente.
Come ho già sottolineato più volte, io sono contrario a questa disciplina praticata ancora in molti stati del mondo, ma debbo anche dire che i combattimenti fra cani da pastore che avvengono in certe realtà rurali, sono un po’ diversi (anche se comunque non giustificabili) da quelli praticati dalle organizzazioni criminali che allevano e allenano cani appositamente per lo scopo. In quei luoghi si svolge tutto in modo più “genuino” e senza troppe deviazioni. Non esiste il cane selezionato per uccidere e dopato per non sentire dolore, come non esistono sistematiche scommesse fra i praticanti. E’ tutto più rudimentale e spesso basato su una profonda ignoranza dei praticanti, misto ad una totale insensibilità personale e poco rispetto per gli animali in genere.
Era domenica ed avevamo appena pranzato, quando risalimmo in auto per dirigerci verso un pascolo. Ad un certo punto il nostro accompagnatore ci disse che ci saremmo fermati per una mezzora vicino ad un bosco, poiché c’era un gruppo di persone che avrebbe portato due cani per un incontro: un pastore dell’Asia centrale ed un altro proveniente da alcuni incroci locali. A dire il vero, io ed il mio compagno di viaggio, avremmo preferito raggiungere subito la montagna per avere più occasioni d'incontrare i greggi ma, come avviene anche in Asia centrale, spesso ci si trova in certe situazioni che non si capisce se si è clienti od “ostaggi”, visto che si possiede così poco potere decisionale.
Arrivammo in un prato e trovammo già gli sfidanti attorniati da un gruppo di persone, la cosa più curiosa fu la presenza di un veterinario che sarebbe eventualmente intervenuto per valutare il proseguimento dello scontro in caso di gravi ferite (praticamente come un regolare incontro di pugilato).

Come vidi i due cani, mi resi subito conto che quello nero lo conoscevo benissimo, in quanto l’avevo visto ad un meeting di cani da lavoro svoltosi poco più di un anno prima in Ungheria. In effetti, non me lo sarei mai potuto dimenticare, l’avevo osservato con grande ammirazione nella sua prova di difesa contro un figurante bardato di tuta anti morso. Al contrario di altri soggetti, lui aveva morsicato il figurante per la prima volta in quell’occasione, era ancora molto giovane, ma non appena aveva capito che i suoi denti non potevano trafiggere la tuta, si era lanciato come un fulmine contro il volto dello sfidante, fortunatamente protetto da un casco integrale. Ero infatti rimasto molto sorpreso dall’astuzia di quell’animale che aveva saputo cambiare subito presa per cercare di avere la meglio su chi l’aveva provocato. In pratica si trattava di un cane che senza alcuna preparazione artificiale, se la sapeva già cavare egregiamente pur avendo solo due anni.

Vedendolo prossimo all’incontro, mi chiesi: “E questo poveraccio, come ha fatto a finire qui?”. Poi alcuni mi spiegarono che era stato venduto dal proprietario precedente, in quanto non ci andava troppo d’accordo e non appena arrivato in Transilvania, era stato messo a combattere perché aveva subito dimostrato, purtroppo per lui, di non temere nessun sfidante, pur non essendo un cane particolarmente aggressivo, ma semplicemente capace di un'efficacissima strategia di difesa.
Infatti, non appena slegarono i due cani, lo sfidante lo aggredì subito, mentre lui si seppe sottrarre senza troppe difficoltà, dimostrando grande equilibrio. I relativi proprietari provarono a spingerli uno contro l’altro per un paio di volte, ma i due cani si rifiutarono di combattere.
A questo punto, dovetti assistere ad una delle strategie più meschine che un essere umano possa tramare alle spalle di due animali, un ragazzo del gruppo salì velocemente in auto e tornò dopo una decina di minuti con una femmina in calore: almeno adesso avrebbero combattuto senza dubbi!
Come la femmina fu condotta vicino ai due maschi, lo sfidante ritornò ad aggredire il cane nero con estrema aggressività, tanto da travolgerlo e costringerlo con le spalle a terra. A prima vista, sembrava che avesse la meglio ma, dopo pochi secondi, si capì cos’era avvenuto: il cane nero si era lasciato cadere di spalle per poter afferrare, con più facilità, l'arto anteriore dell’avversario, nel quale aveva inflitto rapidamente una profonda ferita. Lo scontro si concluse in pochissimo tempo, poichè il veterinario valutò che erano urgenti alcuni punti di sutura. Io ero molto dispiaciuto per l’altro cane, in quanto pensai che per lui era stata una bruttissima domenica, ma nello stesso tempo ero stupefatto per aver visto con i miei occhi, quanto mi avevano sempre raccontato alcuni pastori in Asia centrale, ovvero che un autentico maschio di cane da pecore, cercava sempre di rifiutare lo scontro per salvaguardare la sua incolumità, molto utile al futuro del gregge, ma nel momento che decideva di reagire lo faceva con estrema efficacia.
Tutti i presenti ebbero grandi parole di ammirazione per quel cane ed il proprietario ritornò verso casa tutto orgoglioso del suo animale che ancora una volta era risultato vittorioso.
Il mio accompagnatore si avvicinò e mi disse in inglese: “Quello è veramente un grande cane ed in cambio non riceve nulla dal suo padrone, se non un po’ di cibo che avanza. Rimane tutto il giorno legato alla catena dietro casa, sempre da solo e nonostante ciò, difende il suo territorio in modo impeccabile. Poi, quando si presenta l’occasione, il suo proprietario lo va a prendere e lo porta a combattere, per poi riattaccarlo al solito posto”.
Io chiesi subito se il cane era in vendita, in quanto me lo sarei portato a casa senza troppi ripensamenti e non solo perché immaginavo le sue doti naturali di guardiano, ma anche per toglierlo da quella situazione penosa. Nessuno mi seppe rispondere e l'automobile si mise in moto per raggiungere i pascoli dove avremmo incontrato altri greggi, come da programma. Ricordo ancora oggi, a distanza di due anni, la sensazione d’impotenza che provai in quel momento, ma nello stesso tempo, visitando sovente l’Asia centrale, mi sono ormai abituato a non girarmi più indietro a guardare i cani che continueranno un'esistenza di sacrifici, viceversa non avrei più il coraggio di ritornare ogni anno in quel continente.
Però, quel cane mi era entrato nei pensieri più di ogni altro che avevo incontrato durante i miei viaggi e a dire il vero, non l’avevo ancora mai visto a fare la guardia legato alla catena dietro casa (anche se potevo immaginarlo dopo il meeting in Ungheria), eppure non passava giorno che non mi tornasse in mente.
Scrivevo spesso al mio corrispondente per chiedere sue notizie, pur sapendo che il suo padrone non intendeva venderlo ed anche se entrambi conoscevamo il suo nome, lo chiamavamo abitualmente “The black dog”. Il cane nero. Ogni tanto ricevevo una mail con scritto: “Domenica, il cane nero ha di nuovo vinto”. Ed in una di quelle, mi comunicarono anche che il fratello del mio Shogun (ancora molto più forte di lui) non era riuscito a nulla contro il "black dog". Fin quando iniziai a riceverne altre meno entusiasmanti dove, chi scriveva, mi sottolineava il numero di combattimenti che quel cane doveva affrontare ad ogni stagione, veramente troppi per un cane comune, anche se lui non aveva mai conosciuto sconfitta. Poi, una mattina di circa un anno fa, venni a conoscenza che l'animale iniziava a non voler più combattere, perché era ormai esausto e quindi la mia speranza di portarmelo a casa, al sicuro, ritornò reale. Chi mi scriveva, sottolineava che non era facile trovare un altro cane capace di rimanere così integro, sia fisicamente che psicologicamente, nonostante tutte le peripezie che aveva dovuto affrontare. Inoltre, pareva che il proprietario dovesse trasferirsi presto all'estero per lavoro e quindi era probabile che avrebbe voluto rivenderlo per realizzare un po' di denaro.
La scorsa primavera mi trovavo in Senegal per studiare i cani da villaggio che sono ancora presenti in certe realtà africane ad uno stato semiselvatico, sopravvivendo esclusivamente di cosa reperiscono nelle discariche.

Il mio interesse per questa tipologia di randagi, mi era nato leggendo quanto scritto dai biologi americani Coppinger che affermavano di identificare in questa specie i veri progenitori di ogni nostro cane di razza.
Ero arrivato all’aeroporto di Dakar, per poi dirigermi verso un albergo di gestione francese che si trovava non troppo lontano da una comunità di pastori, a poco più di cento chilometri dalla capitale.
Ero partito con tanto entusiasmo, per poi dovermi arrendere alla più micidiale delle angine con placche che avessi mai subito nella mia vita. Rimasi inchiodato nel letto con febbre altissima e con poche medicine, per vari giorni e ad un certo punto, pensai addirittura di non farcela. Per i primi due giorni cercai di reagire e continuai il mio programma, fin quando una sera fui portato dagli indigeni locali in una laguna per vedere quelli che loro chiamano “chiens sauvages”, ovvero i cani selvatici.

Avevo già un forte mal di gola, ma dovetti stare ugualmente parecchio tempo con i piedi a mollo, la barca molto rudimentale non aveva ripari e rientrò solo in tarda serata, l’aria era molto fredda, nonostante mi trovassi in Africa e credo che il tutto contribuì per stendermi a letto.
Soffri molto in quei giorni ed ogni tanto, per trovare un po’ di sollievo, pensavo al desiderio di portarmi a casa quel cane nero che avevo incontrato in Transilvania.
Le analogie erano tante, fra le sofferenze che aveva dovuto affrontare lui nella sua vita, la mia di quel momento nel letto e quella che avevo appena visto in alcuni villaggi dispersi nella savana. Inoltre, il colore del suo mantello era nero come la pelle dei pastori senegalesi e le sue zampe avevano un marrone simile ad alcune tonalità di quella terra bruciata dal sole. Fu così che pensai: “Se ce la farò anche sta volta a ritornare a casa indenne ed un giorno riuscirò a portarmi casa quel cane, lo chiamerò sicuramente Senegal, in ricordo di questa mia dura esperienza!".

Fortunatamente il mio desiderio si avverò, tornai a casa sano e salvo e riuscii ad accordarmi per l’acquisto di quel "cane nero" che era rimasto nei miei pensieri per circa due anni, anche se sapevo che il suo trasferimento a casa mia, non sarebbe potuto avvenire subito per vari problemi burocratici ed organizzativi.
Fin quando, a fine Agosto, dopo un viaggio di oltre due giorni, SENEGAL entrò a far parte dello “staff” de "Il Turkmeno". Non me lo ricordavo manco più bene esteticamente, ma ero certo di aver fatto un buon acquisto, anche perché mi ero studiato a fondo la sua genetica e sapevo della presenza di alcuni antenati del mio "vecchio" Kimè.

I primi giorni non furono subito “rose e fiori” in quanto adottare un maschio di cinque anni e con un passato come il suo, non poteva che riservare qualche inevitabile difficoltà d'approccio. Ma la persona che me lo portò, l'aveva trasferito prima a casa sua per circa un mese ed erano diventati buoni amici, così risultò tutto molto più facile anche per me. Lavorammo alcuni giorni insieme per il “passaggio di proprietà” e in meno di una settimana, ero già io a condurlo nei boschi adiacenti alla mia abitazione.

Per mia moglie e mia figlia fu ancora più semplice, ormai SENEGAL aveva capito che si erano "aperte le porte del Paradiso" e che a Peveragno si faceva la pacchia! Via la catena, cibo di qualità, femmine a volontà, passeggiate nei boschi ed ovviamente basta con i combattimenti!

Dopo alcuni giorni che era nella sua grande recinzione, SENEGAL iniziava già a scodinzolare ogni volta che uno di noi gli passava vicino.
Come aveva il mio Grande Kimè, anche lui prova un debole per le donne, con le "femmine di casa" abbassa subito ogni difesa, mentre con il sottoscritto un po’ meno! Il suo recupero alla normalità non è ancora terminato, cinque anni passati male non sono pochi e quindi dovrò lavorare parecchio per diventare anche per lui quel leader che rappresento oggi per tutti gli altri maschi.

Alcune anomalie praticate dai “barbari”, gli hanno lasciato qualche problema comportamentale.
SENEGAL è sempre vissuto legato alla catena, solo “come un cane” ed ha approcciato le femmine unicamente per la monta durante i calori. Quindi non ha ancora capito che con una “compagna” di recinzione si può anche giocare e relazionare senza doverla forzatamente coprire. Ho infatti un po’ di difficoltà a trovare la femmina giusta da abbinargli: se sono troppo giovani, lui le sottomette esageratamente senza lasciarle muovere di un metro, mentre se sono più vecchie, sono loro che lo mordono violentemente, in quanto non concepiscono il suo comportamento.
Un altro problema, è che spesso SENEGAL ha dovuto combattere in presenza di una femmina in calore, quindi, in quelle occasioni, diventa molto nervoso e problematico da gestire per chiunque si avvicini, comportamento che dovrebbe attenuarsi nel tempo, non appena capirà che le minacce sono finite.

SENEGAL è esteticamente un bel soggetto, ha una corporatura simile al mio Leone, anche se un po’ più basso e con il pelo più corto. Questa tipologia di cane da pastore a pelo medio-lungo è ancora molto presente in Asia centrale sulle montagne del Kirghizistan e presenta impareggiabili doti di rusticità e tenacia nel lavoro.

I pastori locali dicono essere anche molto più resistenti contro i predatori, rispetto a quelli nati in altre parti del continente, in quanto in quelle montagne, le più popolate storicamente dai lupi, avrebbero subito una dura selezione naturale, specialmente durante gli interminabili inverni quando i selvatici sono molto aggressivi.
Non ha impiegato molto a capire quello che era diventato il suo nuovo territorio da difendere ed oggi, nonostante con la mia famiglia si dimostri straordinariamente affettuoso, con gli estranei è già off-limits!

Anche come riproduttore, ho grandi aspettative su di lui, spero che possa trasmettere nei cuccioli molte delle sua qualità di autentico guardiano “al naturale” e di antico cane da pastore come oggi se ne incontrano solo più pochi.

SENEGAL è dotato di un raro temperamento, tanto da ricordarmi i posti più impenetrabili dell’Asia centrale che ho visitato durante i miei viaggi, dove nascere cani significava dover sopravvivere quotidianamente ad ogni avversità.

Sono molto soddisfatto che dopo una lunga attesa, SENEGAL sia diventato di mia proprietà, qui è al sicuro e si godrà un meritato riposo fra persone che gli vorranno bene, lo rispetteranno in qualità di animale e finalmente lo tratteranno come merita.
Cliccare QUI per vedere il Filmato di SENEGAL.
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