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Un giorno ALBERT si chiamava Thor e anni fa, senza dubbi, avrei intitolato questo articolo: "Per un cane, la famiglia è molto importante!”. Grazie però alle tante ricerche che ho fatto negli anni sulla psicologia canina, oggi ho capito molto meglio chi sono questi animali e cosa vogliono veramente da noi uomini: quasi nulla di cosa ci siamo ormai abituati a immaginare!
Il giorno che i proprietari di Thor vennero a restituirmi il loro cane, sicuramente non erano entusiasti ma, nella mia vita di cinofilo, di facce “tristi” come di padroni in lacrime ne ho visti molti: quindi si svolse tutto nella normalità.
La cosa che invece mi stupì enormemente, fu la disperazione di quel cane che mi stavano lasciando e che io credevo di dover adottare solo per pochi giorni, nel frattempo che gli avrei trovato una nuova sistemazione. In quel momento, Thor avrebbe voluto ogni cosa dalla sua vita, tranne separarsi dalla sua famiglia e solo dopo pochi minuti che lo feci deporre in uno dei miei recinti, spiccò un grande salto sul muro di recinzione per poi ridiscendere in strada, libero di scappare ovunque, cosa che però non fece perché il suo obiettivo era solo ritornare a casa con chi l’aveva cresciuto fino a quel momento. Fui spiazzato da quella reazione, non l’avevo mai vista prima. Nello stesso recinto erano stati chiusi molti altri cani, compreso l’agilissimo Senegal, non appena era arrivato dalla Transilvania, ma nessuno era mai evaso con tanta facilità. Fui io il primo a vederlo saltar giù da quel muro e feci subito un urlo per avvisare il suo proprietario che riuscì ad afferrarlo facilmente. Senza dimenarsi, Thor si lasciò trattenere per la pelle del collo, rimanendo immobile fin quando il suo padrone non ebbe in mano il guinzaglio che gli infilò rapidamente.

In ogni caso, non ci furono ripensamenti: quel cane non andava più d’accordo con uno dei famigliari e pur avendo conservato un ottimo rapporto con tutti gli altri, sarei rimasto solo più io a dovermene occupare.
Dissi loro di attendere un attimo, entrai nell’allevamento, feci alcuni spostamenti e trovai con fatica un nuovo posto per Thor, convinto che la minaccia di alcuni cani confinanti lo avrebbero dissuaso da scavalcare ancora. Congedai gli ex-proprietari e ritornai per valutare i nuovi sviluppi della situazione, accorgendomi subito che, incurante di qualsiasi conseguenza, Thor aveva nuovamente valicato la sua recinzione per passare in quella dove si trovavano Annibal e Pamir, una coppia di cani molto territoriali. Thor era disperato, non si curava di nulla se non di voler uscire al più presto dall’allevamento per raggiungere i suoi proprietari che l’avevano lasciato per sempre, mentre la coppia di cani, invece di aggredirlo, come sarebbe stato logico, si limitarono a guardarlo meravigliati. Per qualsiasi altro animale che avesse commesso lo stesso errore, sarebbe stata la fine: conosco molto bene l’intolleranza di Annibal, come la determinazione e la prepotenza di Pamir. Invece non accadde nulla ed è proprio in quelle occasioni che i miei animali riescono sempre a stupirmi per il loro equilibrio: Thor non era un pericolo per il branco, bensì solo un essere angosciato che cercava in ogni modo la sua via di fuga.

Capii ben presto di essermi assunto una bella incombenza con questo cane appena ritirato e che gestire al meglio la situazione non sarebbe stato facile.
Indossata una manica protettiva, entrai nella recinzione con la speranza di non essere aggredito e, con molta cautela, cercai di convincere Thor ad avviarsi verso un box che avevo nuovamente preparato, l’unico posto dov’era ancora possibile chiuderlo al sicuro fin quando non saremmo diventati buoni amici. (Avevo provato qualche mese prima ad avvicinarlo a casa dei precedenti proprietari, ovviamente dopo che era stato chiuso nel box e la sua reazione non mi aveva lasciato dubbi sul suo carattere: FILMATO).
Andai a comprare della rete molto rigida e lavorai sodo per un giorno intero, fin quando riuscii a modificare uno dei miei recinti rendendolo invalicabile su tutti i lati: sarebbe stato quello il luogo, dove avrei cercato di riabilitare Thor come animale da branco.

La disperazione di Thor continuò per alcuni giorni, ululò a lungo per varie notti ma, contrariamente a quanto mi sarei aspettato, fin dalla mattina seguente, si dimostrò amichevole nei miei confronti e, ogni volta che mi allontanavo, iniziava a lamentarsi come per chiedermi di essere portato via da “quell’inferno” fatto solo di cani.
Provai subito a inserirgli una femmina molto più giovane, nel tentativo di distrarlo un po’ dal suo disagio, ma lui continuò a comportarsi come lei non esistesse. Addirittura, nel momento dei pasti, la piccola riusciva a sottrargli il mangiare dalla bocca, senza che lui accennasse a una minima reazione. Questo suo comportamento durò per più di una settimana, fin quando una mattina Thor decise di porre fine a ogni cosa e di farsi valere come maschio. Era evidente che stava risvegliandosi l’autentico animale che c’era in lui, così decisi di togliere la “povera” cagnolina e di inserire in quel recinto un'altra mia giovane fattrice che, essendo cresciuta in un branco, non si spaventava certamente di così poco.
Oggi Thor si chiama ALBERT perché, come tutti i cani che arrivano a “Il Turkmeno” e, per vari motivi, devono ricominciare un nuovo percorso, desidero che cambino anche il loro nome. Per la verità, non avrei avuto assolutamente bisogno di un soggetto come ALBERT per la riproduzione: lui nacque dall’accoppiamento di Yena x Leone, entrambi figli di Burka e, maschi con questo sangue, non possono essere accoppiati con le mie migliori fattrici che discendono anch’esse dalla stessa capostipite.

ALBERT ha però sofferto troppo per questo spostamento e quindi, per adesso, abbiamo deciso di non cederlo a terzi: per riprendersi dalla “malattia” che sta facendo, necessiterà ancora di un lungo periodo di tempo. A prima vista, ALBERT potrebbe sembrare un cane introverso, ma è invece un animale di una dolcezza infinita. Le mie figlie se lo sono ormai preso a cuore, soprannominandolo “linguona”, per la sua abitudine di leccarle in continuazione.
Per quanto sia ormai diventata una prassi diffusa, crescere un cane da solo in giardino, senza la compagnia di un conspecifico o peggio ancora in un appartamento, trasformandolo così in una sorta di "umanoide", è una vera crudeltà. Non so chi fu a inventarsi la grande BUGIA che “la famiglia può sostituire il branco”, ma vi garantisco che non è vero e ALBERT ne è la prova più evidente.
Quando lo consegnai a chi l’avrebbe adottato, ALBERT era un cucciolo di 2 mesi,

con un ruolo tendente all’ALFA e un carattere spiccatamente dominante sui suoi fratelli, ma interagiva con loro in modo molto equilibrato. Ora che è ritornato da me, è invece completamente incapace di rapportarsi con altri suoi simili, compresi quelli di sesso opposto: o li ignora o li aggredisce. Vive la maggior parte del suo tempo come non ci fossero, considerando solo noi della famiglia i suoi unici punti di riferimento, ai quali dimostra un esagerato attaccamento, quasi morboso.

E’ molto triste assistere a tutto ciò, perché ALBERT è un cane, non un uomo e per vivere bene la sua esistenza di animale deve ritornare al più presto a rapportarsi con i suoi simili.
La Natura creò il branco di lupi come lo sciame di api, pur esponendo anche loro al rischio di dover affrontare parte dell’esistenza da soli, ma una cosa è certa: il lupo solitario si dannò sempre l’anima per ricostruirsi un branco, unico modello sociale previsto per la sua specie, come l’ape fece di tutto per non staccarsi mai dal suo sciame.
Anche i cani hanno la grande necessità di appartenere a un branco, basti vedere come si organizzano quelli randagi, laggiù dove il fenomeno è ancora fortunatamente concepito. (Ho scritto "fortunatamente", perché la nostra società occidentale è diventata così ipocrita, da aver ormai convinto l’opinione pubblica che, togliere dalla strada i cani randagi e rinchiuderli in un canile, sia fatto per il loro bene).
Sarebbe quasi spontaneo pensare che il cane randagio possa trarre vantaggi dal vivere in solitudine, evitando così di dover spartire con altri suoi simili le eventuali scorte di cibo occasionalmente trovate, invece questo non avviene mai, appena può, il singolo soggetto si unisce a un branco. Come i lupi, anche i cani che vivono in libertà, spesso accettano addirittura il rischio di essere uccisi pur di unirsi ai loro simili e questo fenomeno può ancora incontrarsi facilmente in alcune parti del Centro-Sud Italia, come per esempio in Abruzzo nel periodo dell’alpeggio.
Ogni anno accade che randagi di ogni tipo si avvicinino cautamente alle greggi e, pur rischiando di essere soppressi dai cani da pastore, dopo un lungo periodo trascorso ai margini della comunità, finiscono di essere accolti e tollerati dagli stessi che prima li respingevano. Per noi che siamo uomini, non è facile capire perché questo fenomeno avvenga, ma rappresenta certamente la prova più lampante che il branco è l’unica struttura sociale che possa concepire il nostro cane.

Invece, per quanto si ostinino ancora in molti a sostenere il contrario, la famiglia che li adotta da cuccioli, non c’entra nulla con il branco di cui loro necessitano! Noi uomini siamo semplicemente i datori di cibo dei nostri cani, i custodi della riserva alimentare alla quale non possono rinunciare per sopravvivere. Gli animali che noi teniamo in cattività e abbiamo imparato a chiamare domestici (termine utilizzato oggi per confondere meglio le idee a tanti proprietari di cani), non hanno la possibilità di scegliere dove vivere, perché noi li teniamo rinchiusi nei giardini o appartamenti, li portiamo in giro legati a una corda e ci arrabbiamo addirittura se tentano di scappare! Così, molti cani, capiscono fin da piccoli che, senza il nostro cibo, non riuscirebbero mai a sopravvivere e quindi non gli rimane altro che cercare di costruire una relazione con noi.
Come possiamo però immaginarci di poter sostituire il VERO branco di cui necessitano?
A parte il cibo che gli offriamo ogni giorno, nel periodo dei calori, i cani di sesso opposto si accoppiano fra loro, i maschi lottano per accaparrarsi la femmina, si mordono, marcano il territorio con le feci, annusano e spesso mangiano le stesse, s’identificano secernendo odori speciali e molto altro ancora: sono forse queste le abitudini che condividiamo con i nostri cani?
E’ risaputo che abbiamo ormai trovato una soluzione a tutto e individuato delle scusanti così impeccabili da farci sentire sempre a posto con la coscienza, figuriamoci se un veterinario ci dirà mai che facciamo male a sterilizzare la nostra femmina o castrare il maschio: fa parte del suo lavoro dal quale anche lui trae il reddito necessario per sopravvivere!
Non fate però IL GRANDE ERRORE di credere che voi possiate sostituire il branco di cui necessita il vostro cane, non associatevi anche voi a tanta ipocrisia, cercate invece di capire con un po’ di sensibilità le sue reali esigenze: lui è un cane, non un uomo e sono i suoi simili che rappresentano la cosa più importante per crescere equilibrato!

Lo stesso atteggiamento di saltare continuamente addosso al padrone, manifestato specialmente da molti cani che vivono soli, è indice di alta frustrazione, non di gioia! In quel momento, loro si sentono inadeguati, vorrebbero comunicare con chi gli vive accanto ma non sanno come fare perché appartengono a una specie diversa. Non serve andare da un addestratore o da un comportamentalista per imparare come impedirglielo, è invece necessario capire che lui ha bisogno di vivere al fianco di un suo conspecifico. Anche le aggressioni improvvise al proprietario sono spesso messe in atto da cani che vivono da soli, poiché non sempre riescono a trovare il loro equilibrio, dovendo forzatamente vivere un'esistenza senza nemmeno un soggetto della loro stessa specie.
Cosa molti amano chiamare “affezione del cane nei confronti del padrone”, non è altro che una penosa dipendenza che l’animale, allevato in cattività, matura nei confronti di chi lo tiene "imprigionato" a se e con il quale l'animale cerca, con ogni sistema, di garantirsi la sua sopravvivenza. Questo rapporto di alta dipendenza dal suo padrone, snaturando ogni suo istinto primario, lo rende però spesso molto instabile e fragile nella sua personalità. Il cane veramente felice non è mai troppo festoso con chi lo accudisce: cerca con moderazione una buona relazione con lui, gli è riconoscente per il cibo somministrato, ma nulla di più. Fra animali, chi invita un altro soggetto al gioco, è solo perché avverte incertezza nella scala gerarchica del branco e necessità di approvazione.

In Natura, non esiste troppo spazio per il gioco: occorre invece sopravvivere!
E se per caso, qualcuno vi dicesse che queste mie teorie sono errate o foste voi stessi a non credere a quanto vi ho appena scritto, provate allora ad aprire il cancello del vostro giardino, lasciando scegliere al cane di andare dove desidera, oppure, portatelo dove ci sia una femmina in calore e vedrete chi sceglie!
Con questo, non voglio dirvi che i cani dovrebbero vivere tutti randagi e senza un padrone (anche se per loro sarebbe meraviglioso!), ormai la Legge impone addirittura il contrario e poi è comprensibile che l’uomo ami vivere al fianco di un animale così speciale e stimolante, quanto utile alla sua esistenza, ma provate a farlo con un po’ meno d’ipocrisia: pensate anche alle sue esigenze di animale, non solo alle vostre di uomini!

ALBERT è veramente un bel soggetto, si muove con un’eleganza regale e ha ereditato dai suoi genitori uno spiccato istinto nella guardia che manifesta sia nei confronti di altri cani che si avvicinano alla proprietà, sia contro l’uomo estraneo, anche se, per adesso, non dimostra ancora un decimo delle sue potenzialità di guardiano.

Ho deciso di chiamarlo ALBERT in ricordo di un cane che visse in Turkmenistan alcuni anni fa e per il quale provai sempre una grande passione, anche lui si chiamava Albert ma, per varie ragioni, non ebbi mai la fortuna d’incontrarlo.

Albert (l’originale) era nato nei pascoli del Karakum Desert, appartenenti alla provincia di Ahal, una zona molto famosa dove si possono ancora trovare autentici esemplari aborigeni di Turkmen-iti, cani conosciuti oggi dagli appassionati con il nome di Alabai (anche se spesso confusi con altri di grande stazza, ben diversi da come erano in origine dovendo sopravvivere nel deserto).
Purtroppo, Albert diventò famoso in Turkmenistan innanzitutto per le sue eccellenti doti di combattente, era molto minuto di statura, ma assolutamente efficace. Diventò campione assoluto di tutto il Turkmenistan nell'anno 2007, sconfiggendo altri cani almeno due volte più grandi lui.
Sapendo che era il mio prediletto, alcuni amici turkmeni m’inviarono una foto di com’era quando, a fine carriera, era stato “parcheggiato” in un cortile.

Provai molta pena per lui, come il desiderio di adottarlo, ma laggiù non è possibile esportare esemplari così famosi (per la verità, nessun cane di questa razza potrebbe uscire dallo Stato).
Non furono molti i soggetti che, incontrati durante i miei due viaggi in Turkmenistan, avrei voluto portarmi a casa, solo pochissimi sapevano fare la guardia come intendo io, ma uno in particolare mi sbalordì per le sue eccellenti prestazioni e, nemmeno a farlo apposta, era proprio figlio del mitico Albert. (Potete vederlo nella foto qui sotto).

Vidi poi altri cani con lo stesso mantello, sia nei dintorni della capitale Ashgabat



che nei più dimenticati pascoli del Karakum Desert,

compresa la zona ai confini con le montagne dell' l'IRAN,



dov'erano impiegati per custodire il bestiame contro gli attacchi dei lupi, sciacalli, iene e pochi esemplari ancora rimasti di leopardo delle nevi.
M'innamorai subito di questa pigmentazione simile alla sabbia del deserto, vedere quei soggetti aborigeni nel loro ambiente naturale fu un'inspiegabile emozione.

Oggi, ogni volta che entro nel mio allevamento e vedo ALBERT che mi corre incontro, non posso evitare di viaggiare con la mente e ricordare i cani da pastore che vivono in quelle terre lontane.
Fortunatamente, il nostro ALBERT non dovrà mai combattere, anzi, credo proprio che abbia trovato in noi la sua famiglia ideale, capace di comprendere e apprezzare ogni suo risvolto caratteriale, oltre a permettergli di ritornare a vivere come animale da branco: condizione indispensabile per il REALE benessere di un cane!

A volte, per far felice un animale, ci vuole veramente poco!
CLICCARE QUI per vedere il Filmato di ALBERT.
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